Sciarpa e cappello: gli alleati contro a tramontana de Zêna
A Genova, quando arriva il freddo, non scherza. Il vento tagliente che scende dai monti, la celebre tramontana, s’infila tra i caruggi, attraversa i portici di Sottoripa e ti arriva fino alle ossa. È quel freddo umido e pungente che solo chi vive sotto la Lanterna conosce bene. In queste giornate rigide, sciarpa e cappello non sono semplici accessori: diventano una seconda pelle, compagni fidati per affrontare la stagione invernale.
Il cappello è il primo baluardo. La testa, se lasciata scoperta, disperde gran parte del calore corporeo. A Genova si dice: “O freddo o ti pija da-a testa!”, e non è solo un modo di dire: chiunque abbia provato a uscire senza copricapo durante una raffica di tramontana può confermarlo. Meglio allora optare per un bel berretto di lana, magari fatto a mano, come quelli che ancora si trovano nei mercatini rionali o che qualche nonna ligure conserva con cura nel cassetto.
La sciarpa, poi, è un vero e proprio scudo. Avvolge il collo, protegge la gola e, nei momenti più estremi, può essere tirata su fino al naso, lasciando scoperti solo gli occhi. A Genova si sente spesso dire: “Copeti ben che gh’è ‘na tramontan-a che te sega!” (Copriti bene che c’è una tramontana che ti sega). Non è esagerazione poetica, è pura verità popolare. E la saggezza dei vecchi genovesi, si sa, non sbaglia mai.
Ma oltre alla funzione protettiva, sciarpa e cappello hanno anche un valore identitario. In una città come Genova, dove il senso di appartenenza al quartiere è forte, anche l’abbigliamento parla. Nei vicoli del centro storico si vedono anziani con sciarpe a righe blu e bianche, tifosi della Samp, o rossonere, per quelli del Genoa. È un modo per dire chi sei, da che parte stai, con discrezione ma con fermezza.
Curioso è anche l’uso dialettale legato a questi indumenti. Il cappello, in genovese, si dice “cappello” proprio come in italiano, ma in alcuni casi può essere chiamato “berettin”, con un vezzeggiativo che sa di casa. La sciarpa invece è spesso chiamata “sciarpa” anche in dialetto, ma nei racconti dei più anziani può capitare di sentir parlare di “fasceu”, specialmente se è una sciarpa lunga e avvolgente, quasi come una fascia.
Oggi, tra cappotti tecnici e materiali sintetici, si rischia di dimenticare la semplicità e l’efficacia dei rimedi di una volta. Ma basta una giornata di freddo vero per ricordare quanto siano preziosi questi accessori. Non è solo questione di stile, è sopravvivenza urbana. A Genova, dove il mare incontra la montagna, il freddo ha un carattere tutto suo, e si combatte con dignità e ironia. Con una sciarpa ben annodata e un cappello calato sulla fronte, si può affrontare anche la più gelida delle tramontane. E come dicono i vecchi del porto: “Chi o se pia o freddo, o l’è perché o l’è andou ciù ciù.” Chi prende freddo, è perché è uscito troppo leggero. Un monito che vale sempre, specie sotto la Lanterna.
