Genova tra ieri e oggi: la voce delle tradizioni e il cuore dei giovani

Piano Caruggi ph Comune Genova

A Genova, le tradizioni non sono mai scomparse. Al massimo si sono nascoste, come i suoi vicoli, i caruggi, stretti e silenziosi, custodi di identità antiche. Qui la cultura popolare ha sempre avuto un legame viscerale con la città, ma oggi quel legame si presenta frammentato, spesso filtrato dal tempo e dalle nuove esigenze della modernità. Restano però segni tangibili: le processioni del Corpus Domini, la festa della Madonna della Guardia, il pesto preparato al mortaio e i detti in dialetto che ancora resistono nel parlare quotidiano.

“Chi no travaia no mangia” — chi non lavora non mangia — è un modo di dire che ancora echeggia tra le generazioni più anziane, specie nei quartieri collinari, dove la vita sembra scorrere più lentamente e i ritmi di una volta sono ancora leggibili. Gli anziani genovesi custodiscono la memoria storica, come una lanterna che non si spegne: narrano di quando il porto scandiva la vita di tutti, di quando i ragazzi “fugivan de casa pe andà a zena” — scappavano di casa per andare a Genova — e trovare un lavoro nel mare o nelle officine.

Tra gli adulti di mezza età si nota un rispetto composto per la tradizione, spesso legato alla tavola o ai riti familiari. Il Natale non è tale senza il cappon magro o le luminarie artigianali del centro storico. Ma è nel rapporto con i giovani che la riflessione si fa più complessa. Molti ragazzi conoscono le tradizioni per sentito dire. Alcuni le vivono a metà, come accessori folcloristici più che come radici vive. Altri, invece, soprattutto attraverso il teatro dialettale o la musica popolare genovese — da De André a Max Manfredi — stanno riscoprendo un senso di appartenenza che pensavano di non avere.

Non è raro sentire un diciottenne dire “mi no ghe vegno” — io non ci vengo — magari per rifiutare una proposta, senza nemmeno rendersi conto che sta usando un’espressione del dialetto ligure. Questo dimostra che le radici linguistiche permangono, anche se in forma inconsapevole, come se il dialetto fosse un DNA nascosto sotto la pelle della città.

In alcune scuole e associazioni si stanno organizzando percorsi di educazione alle tradizioni, non come nostalgico ritorno al passato, ma come atto identitario. C’è chi impara a fare la focaccia come la faceva la nonna, chi partecipa alla rievocazione del Palio del Mare o chi recupera antichi mestieri per dar vita a nuove imprese. La tradizione non è una zavorra per questi giovani, ma un trampolino: un modo per guardare avanti con un occhio al passato.

Genova, con il suo eterno equilibrio tra mare e monti, sa che il legame con le proprie radici non va imposto, ma proposto. Le nuove generazioni hanno bisogno di tradizioni che parlino la loro lingua, che siano vive e dialoganti. In fondo, come si dice a Genova, “chi va pian, va san e va lontan” — chi va piano, va sano e va lontano. E forse Genova, a passo lento, ci sta davvero arrivando.